2015, la moda in un “Instante”

2015, la moda in un “Instante”

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2015, la moda in un “Instante”

di Caterina Mittiga

Sono passate poche settimane dalla sfogo via webcam di Essena O’Neill che quasi piangendo dice “Social media is not the real life”. Essenza ha 18 anni, è una modella e ha dirottato gli oltre 500 mila suoi follower verso un progetto che si chiama “Let’s be game changer”. Cambiamo le regole del gioco. Il gioco in questione è l’utilizzo dei social media e lo sfogo universale di Essena ci serve come pretesto per osservare un momento cruciale della storia della comunicazione. Un’altra modella, Stina Sanders si mette in gioco ribaltando la prospettiva, basta con foto patinate e ecco che essere “game changer” vuole dire allora mostrarsi al naturale in un mondo in cui photoshop sembra essere l’unico modo di guardare alla realtà.

L’espressione social media life suggerisce la presenza di due vite distinte: la vita reale, fatta di studio, lavoro e famiglia, e la vita social, trasferita sul web, condivisa e soggetta in qualunque momento allo sguardo altrui. Il concetto di life sharing (oggetto di un recente studio alla università Bicocca di Milano), condivisione di “vita” costringe però, inevitabilmente, a fare una selezione di momenti e prima ancora di condividerli compulsivamente come fossero boccate di ossigeno, questi momenti sono anche “filtrati” “aggiustati” e “mediati.

I cosiddetti nativi digitali tendono a esasperare a volte questo comportamento di “sharing”, se guardate le prime file dei concerti spesso vedrete migliaia di occhi che guardano lo schermo di uno smartphone che inquadra quello sta accadendo sul palco, tutto quindi tende a non essere vissuto dal “vivo” ma in maniera mediata. Che ci piaccia o no la fruizione di internet è allo stesso tempo passiva (quando si fruisce di un contenuto…si guarda un video) che attiva quando si condivide un attimo o meglio un “instante”…la “n” in più è voluta.

Non più lettori ma utenti, fruitori e al tempo stesso creatori di contenuti. E qui che nasce (anche se è un termine che deriva dal mondo della pubblicità) la figura degli influencer, rottamata velocemente l’espressione fashion blogger, le nuove figure sono voci che raccontano…guardano…inquadrano….e condividono, soprattutto nel fashion system.

Il tentativo è quello di offrire una visione “altra” della moda e dei suoi riti: la sfilata, l’evento, la cena di gala, la collezione e infine, c’è spazio anche per loro…gli abiti. Una visione che vorrebbe essere meno elitaria e più democratica, meno mediata e più diretta e quindi più sincera, più vicina a chi la indosserà o la sognerà.

Ma è davvero così? Sono davvero le influencer e le fashion blogger più autorevoli di Anne Wintour o Suzy Menks…la domanda forse è mal posta, non si tratta di autorevolezza in questo caso ma di sharing. Un post del brand XXXX ha a volte meno share di un post della influencer di turno.

Ma dove si parla di numeri si parla anche di business e allora se una influencer è invitata da un tale marchio alla sua sfilata/evento – perchè un suo post o un suo tweet raggiunge un bacino di utenti e di interazioni a volte maggiori di quelli del brand e dei suoi social – riceve regali e spesso anche un fee di partecipazione, possiamo ancora credere a questa voce? Sia ben intenso non c’è nulla di male, “it’s  just business”, la questione non è credere o non credere, la questione è che il punto di partenza risulta allora cambiato, e spesso non è più così democratico e meno elitario. Difficilmente troverete un post del tipo “Che schifo la sfilata di XXXX, abiti banali e modelle incapaci”.

Le prospettive future vedono però un cambiamento di tendenza. Le influencer sono ragazze che sentiamo più vicine a noi di quanto lo sia la top model fasciata in un abito d’alta moda su un set fotografico, circondata da decine di operatori con l’obiettivo dello scatto perfetto…ma vista la sempre più preponderante parte legata al business si rischia forse di tornare allo stato in cui la moda è un affare di un ristretto gruppo di persone e in cui l’utente torna al suo ruolo di lettore, lontano da quel mondo nuovamente inaccessibile.

È anche vero che l’ondata social è inarrestabile e nessuno rinuncerà a dire la sua. Il potere rivoluzionario di uno strumento come Instagram sta in un coinvolgimento diretto che troverà sempre nuove forme per esprimersi. Possiamo immaginare uno scenario in cui i ragazzi e le ragazze capaci di fare buon uso della comunicazione riescono ad emergere creando comunità più piccole, forse più presenti sul territorio e sicuramente più vicine ai centri difficilmente toccati dall’industria della moda, comunità soprattutto in cui la figura del leader diventa un coordinatore di esperienze, di suggestioni creative. In un’ottica commerciale, le aziende non potranno sottovalutare l’importanza di una presenza diffusa, e non più concentrata soltanto nelle capitali della moda, come Milano, Parigi, New York. Il coinvolgimento, insomma, sarà sempre più ampio, sempre più proiettato verso nuove forme di partecipazione. Perché se un tempo la moda nasceva per strada, oggi nasce e si sviluppa anche sul web.