R.e.m.: storie che non finiscono anche quando finiscono.

R.e.m.: storie che non finiscono anche quando finiscono.

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I R.e.m se ne vanno, in un giorno di fine settembre, fine della corsa e inizio di un cammino diverso, a un passo più lento, un cammino fuori dal cono di luce dei riflettori. Alcuni diranno “ma i R.e.m. non si erano già sciolti?”, ma sarebbero ingiusti nel dirlo (almeno secondo me) perché ci sono dei gruppi, delle canzoni, che non finiscono anche quando la musica finisce e nell’oscurità di una stanza, con la coda dell’occhio guardi il display dello stereo e capisci che quella era l’ultima canzone del disco. Ci sono dei gruppi capaci di scrivere quelle canzoni che non finiscono neanche quando finiscono e i R.e.m sono uno di quei gruppi: “Shiny Happy People”, “Losing my religion”, “Everybody hurts” e per ragioni che non sto qui a raccontarvi “Nightswimming”.

Si si ho capito…se si sono sciolti a fine settembre perché ne parlo a Natale? Abbiate un po’ di pazienza e ve lo dico.

I R.e.m. si sciolgono è stato scritto, come un gelato sotto il sole, ma per me e per moltissimi altri rimarranno per sempre lì dove li abbiamo messi: in mezzo alle giornate, accanto ai ricordi, sopra le lacrime, dietro i sospiri, davanti ai salti più alti che si può.

E visto che si dovevano sciogliere, allora perché non sparire per prima cosa dai loro video, era successo con “Überlin” (diretto dall’artista inglese Sam Taylor-Wood) il cui unico protagonista girava per strada apparentemente senza meta, ballando a un ritmo diverso da quello della canzone, lanciandosi in manovre di mini-parkour.

La scelta è chiara, moltiplicare i fotogrammi per meglio sparire: forse hanno girato più video durante lo scorso anno che negli ultimi 10, ma ogni video adesso è sempre più simile a un cortometraggio che ad un “videoclip” tradizionale (scusate il riflusso verbale anni ’80), del resto l’attività di produttore cinematografico di Michael Stipe è nota a molti.

Uno degli ultimi video in ordine di apparizione (o sparizione in questo caso) è quello realizzato per la canzone “We all go back to where we belong” (esiste titolo migliore per un commiato?). L’ha co-diretto Michael Stipe ed è un video doppio: c’è la “Kirsten version” (con l’attrice Palma d’oro a Cannes per “Melancholia” di Lars Von Trier) e la “John version” (con il poeta/attivista John Giorno). Camera fissa, In bianco e nero con i bianchi “bruciatissimi” i due protagonisti sono ripresi mentre ascoltano la canzone, non è un video esattamente commerciale, quel tipo di video per cui una casa discografica fa salti di gioia, io non l’ho mai visto in tv e anche per questo mi fa piacere parlarvene.

Nella sua versione John guarda a sinistra dell’obiettivo quasi immobile in un’espressione difficile da decifrare e poi dolcemente sorride di un sorriso che solo un buon numero di decadi può regalare, dice qualcosa ma non riesco a leggervi il labiale.

La versione della Dunst è un ritratto in movimento, uno di quei “cinemagraph” che fanno tanto di moda oggi ma questo dura più di 3 minuti e non pochi istanti.

Kirsten è lì che guarda in camera, ci guarda, distoglie lo sguardo, si tocca i capelli, sorride e poi sembra sul punto di intristirsi, accenna un sorriso, ci ipnotizza con le fossette: la telefonata fiume di “Elizabeth Town” in 3 minuti e mezzo, il sorriso incrinato de “Il giardino delle vergini suicide”. Ok, va bene, lo ammetto, ho un debole per Kirsten Dunst e ho scritto questo articolo solo nella vagheggiante speranza che lo legga e mi chieda l’amicizia su facebook.

Sotto il video di “We all go back to where we belong”.