La chiamata. Un destino

La chiamata. Un destino

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di Laura Bercioux

Al Teatro Biondo si conclude la “La Chiamata” Storia di un ragazzo che non sapeva sognare di Egle Palazzolo. Un cast, per la regia di Salvo Tessitore, che narra la storia di Gaspare, interpretato da Vincenzo Crivello, noto per Distretto di Polizia, attore vero, intenso e vibrante e dal bravissimo e Massimo D’Anna, il giudice ch,e nell’interrogatorio, tra umanità e diritto, vuole capire perché Gaspare, accusato di omicidio, ha cambiato il suo destino. Un destino come la chiamata alle armi, e Gaspare, un soldato “richiamato dopo tanti anni dall’Argentina, è il figlio “modesto e buono” di una famiglia contadina che “presta” i suoi servizi di bassa manovalanza, alla mafia. Ai boss. In scena l’interrogatorio con splendidi di Silvia Giuffrè, che con il suo tango, magistralmente ballato e interpretato, racconta la vita di Gaspare, che, mandato a Buenos Aires dalla mamma, vero capo famiglia, dopo tanto sangue tra faide mafiose e morti ammazzati, si riscatta trovando lavoro, amore e indipendenza. Gaspare per la prima volta è utile a se steso e a qualcuno. E’ il figlio “che serve a poco…”, fuori dai giochi mafiosi: “utile” solo quando, il padre latitante, ha bisogno di viveri per sfuggire alla vendetta dei boss ma che poi finisce in carcere. L’interrogatorio tra il giudice, che tanto ci ricorda Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, e Gaspare è toccante. Dopo tanti anni, Gaspare viene “chiamato” dal cugino con una cartolina di Palermo. Deve commettere un omicidio: uccidere il suo compagno di giochi, l’amico con il quale, da adolescente, non litigava mai. I suoi ricordi, nell’interrogatorio pressante, la verità di Gaspare è quella di non potersi sottrarre al suo dovere, come un “soldato” che non approva la guerra ma uccide. E lo fa. Lascia l’Argentina, Rosaria, la casa pronta per le nozze e la sua nuova vita che si “è rinnovata” per un pugno di anni. Vittima di un sistema, poi carnefice per fatti di famiglia, ammazza il suo compagno di giochi, si accerta che sia proprio lui e cammina lentamente, senza scappare, dal luogo del delitto: il suo compito è assolto. E’ stato utile quel ragazzo che mangiava la zuppa di latte con il pane e che ha ubbidito alla mamma. A una mafia che non riconosce ma che tiene attaccata sulla pelle. Una piéce teatrale importante che, oltre ad essere apprezzata dal pubblico emozionato e pensante, è stato motivo di dibattito già in due licei palermitani e che, gli auguriamo che non si fermi qua.Scenografia pultia di Rudi Laurinavinicius e luci di Pietro Sperduti, con i quadretti “amarcord” della vita di Gaspare interpretati da Silvia D igiovanna, Giovanna Di Stefano e Francesco Torre. La Chiamat, produzione del Teatro Biondo, lo stabile di Palermo, a deve essere riportata in scena: corre l’obbligo morale di rivederla presto, farla girare perché è pensiero, coscienza, cultura. Che merita attenzione e non sparisca tra “bello ma breve” perché è un appuntamento sociale e teatrale che segna il percorso umano di chi, ha vissuto e vive in un Paese dove lo Stato fa fatica, ancora una volta, a farsi strada. Bisogna essere positivi e cambiare il proprio destino. Gaspare l’aveva fatto e, mentre aspettava quell’aereo che dall’Argentina lo riportava in Sicilia, nell’attesa delle tre ore in aeroporto, aveva lasciato l’amore e se stesso, ma non è tornato indietro. Ha scelto, ancora una volta, di essere il bravo ragazzo che si sporca di sangue e odio e paga con il carcere un omicidio. Gaspare non vola: “riatterra” nella melma dell’impossibilità di riscatto che quel “tango appassionato”in Argentina, gli aveva regalato una nuova vita e la libertà. A quella Chiamata ubbidisce.C’è qualcosa che nel suo interrogatorio, esprime il disagio di “averla” sulla pelle. E Gaspare ammazza ” se stesso ” e paga, con coscienza e ricerca del perdono, il male che qualcuno gli ha attaccato alla pelle senza pietà. Sipario.

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