Intervista a Claudio Comini

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Intervista a Claudio Comini

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Se vostro figlio in età adulta un giorno riderà sfogliando un libro mentre ascolta John Coltrane, tranquilli, nessun problema, evidentemente avrà letto da piccolo uno dei libri di Claudio Comini.

 

 

La commedia si sa, è un genere a parte, e non rientra nelle classificazioni che si studiano normalmente, ma ha una zona tutta sua con una precisa linea di evoluzione storica. Scrivere comico è molto più complicato rispetto agli altri generi, e questo vale sia per la prosa che per l’arte della comunicazione visiva, come il cinema e il teatro. Far ridere un adulto spesse volte per chi ci prova con successo è una soddisfazione niente male, ma far ridere un bambino, signori, è quanto di più estasiante ci possa essere. Li immagino con le loro gambe attorcigliate in posizioni da yoga mentre sul divano, panino farcito in una mano e libro nell’altra, questi marmocchi leggono ridendo a crepapelle qualche storia scritta proprio per loro, e di solito la prima cosa che fanno è quella di venire da noi (questo l’esempio di mio figlio e dei miei alunni) dicendo: “ehi senti un po’ questa!”. Claudio Comini ha cominciato lavorando in biblioteca e rispondendo alle varie domande dei tanti ragazzini che gli chiedevano consiglio su cosa fosse meglio leggere, e lui (insieme ad Orazio Minneci con cui ha scritto diversi libri) passava tempi interminabili a rispondere alle loro domande finché non ha cominciato e leggere lui stesso quei libri e a pensare di scriverne uno anche lui. Ha fatto bene Claudio. Non soltanto perché ha creato una parodia di Herry Potter che gli è valsa un bel po’ di riconoscimenti (quella sua si chiama Herry Sotter, e io ora sto leggendo Herry Sotter e il prigioniero di Vazcadabagn), ma perché quello che scrive lui fa ridere un sacco di macchinette per i denti e nasi lentigginosi. Certo, lo ribadiamo, far ridere i bambini è una cosa seria, e se il lavoro è fatto bene, attraverso la strada fantastica dell’umorismo si può portare molto più facilmente un bambino ad essere un persistente lettore del futuro. Claudio Comini mi piace perché non soltanto si è permesso di prendere in giro un illustre personaggio della memoria fantastica giovanile di questi tempi, ma perché ha creato due filoni che io reputo fantastici e che riguardano il primo il giallo umoristico per ragazzi, Le avventure di Philippe Gratin, e il secondo l’adattamento del jazz alle storie per l’infanzia, e quindi vai con Duke Ellington, Thelonius Monk e John Coltrane.

 

Alla mia domanda il surreale Claudio ha così risposto

 

Come si fa scrivendo a far ridere un bambino ?


Da tanti anni mi occupo di scrittura comica e umoristica dedicata a bambini e ragazzi. Come in tutte le professioni ci vuole passione e metodo. Le due cose sembrerebbero contraddittorie ma non è così. Per quanto concerne la passione ti dirò che dopo tutto questo tempo mi diverto ancora tantissimo. Ritengo che questo fatto sia indispensabile. Sono convinto che i lettori percepiscano se l’autore ha scritto con piacere. Bambini e ragazzi, in particolare, hanno la freschezza per sentire l’intenzione che sta dietro alla pagina scritta. Quindi ritengo indispensabile divertirsi per far divertire. Per quanto riguarda il metodo penso che i meccanismi della comicità per ragazzi non differiscano da quelli della scrittura comica in generale. Quello che cambia sono i contenuti del racconto. I bambini, come del resto gli adulti, ridono di ciò che conoscono. A fasce d’età diverse vanno calibrati fatti, linguaggio e avvenimenti. Tutto qui. Per il resto sfrutto, come da tradizione del genere, sia le potenzialità comiche delle parole (si veda il mio recente “Diario di un ripetente” edito da San Paolo) che la comicità di situazione. Questo secondo aspetto è molto evidente in un libro che uscirà a breve nella collana “crepapelle” della casa editrice E. Elle, che si intitola “Il famoso Fusto Bellimbusto”.

 

E poi c’è una seconda risposta che è tutta per i bambini…

 

Per far ridere un bambino

ci vuole così poco

ti basta una trombetta

oppure fare un gioco.

Per far ridere un bambino

ci vuole una giraffa

che prenda la scoliosi

e cammini molto goffa.

Per far ridere un bambino

ci vuole un elefante

che faccia pattinaggio

sul ghiaccio tra la gente.

Per far ridere un bambino

ci vuole una puzzetta

oppure una maglietta

indossata troppo stretta,

ci vuole un bello strappo

nei pantaloni nuovi

un buco nell’ombrello

ma proprio quando piove.

Per far ridere un bambino

ci vuole un bel gelato

al gusto di lucertola

al fango mescolato

che sembri di pistacchio

aggiunto a cioccolato

servito dentro un secchio

e infine ben mangiato

dal sindaco in persona

oppure dal tenente

che assaggia, fa le facce,

ma poi non dice niente

perché non si conviene

a un tale graduato

di dire che fa schifo

un soffice gelato.

Per far ridere un bambino

io so cosa ci vuole

ci vuole un’altalena

che sia fissata male

ci vuole un capitombolo

oppure un ruzzolone

ci vuole un fruttivendolo

inseguito da un leone

ci vuole che un serpente

rimanga senza un dente

oppure che al postino

si rompa il motorino

ma poi nella sfortuna

conosca la regina

ci vuole un matrimonio

condito al pinzimonio.

Per far ridere un bambino

ci vuole così tanto

un pagliaccio, un mattacchione

oppure un saltimbanco.

occorrono schifezze

o cose inaspettate

ci vogliono bruttezze

e azioni non riuscite

signori a gambe all’aria

e bucce di banana

cadute, torte in faccia

nel fine settimana.

Occorrono bernoccoli,

sconquassi, scivoloni

che volino gli zoccoli

e piovano meloni.

Per far ridere un bambino

mi basterebbe che

questo po’ po’ di cose

non accada proprio a me.

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