Ogni settimana su ZOE
Il finto neo di Maria Antonietta si trasforma in chiave moderna attraverso l'estro creativo di Karl Lagerfeld. Il tipico logo Chanel ridisegnato sul viso delle modelle crea un look ironico ma sorprendentemente glamour.






Suola rossa, tacco vertiginoso e linee sinuose.
Tre definizioni, un unico nome: Christian Louboutin, che di queste caratteristiche ha fatto il proprio marchio di fabbrica.Il créateur francese festeggia con una retrospettiva al Design Museum i suoi 20 anni di carriera, ripercorrendo con il suo lavoro l'evolversi del suo stile e del suo punto di vista sul mondo femminile.
La mostra si apre con una parete nera interamente ricoperta di maquettes in legno rosso, e passando attraverso un breve percorso sensoriale in cui, alcune sue creazioni si riflettono tra luci ed ombre in un gioco assolutamente suggestivo, si arriva nel cuore dell'esposizione. Nella galleria principale si concentrano le sue creazioni più significative, esposte su un palcoscenico che richiama l'inconfondibile suola rossa, al centro di polemiche e scontri legali. La scarpa diventa veicolo di una storia che si sviluppa toccando temi cari allo stilista: trasparenza, viaggi, architettura, intrattenimento e artigianalità. Dalle ispirazioni dei primi anni, in cui il sedicenne Louboutin inizia a muovere i primi passi come stagista presso le Folies Bergère, attratto dai costumi piumati e dalle atmosfere soffuse dei cabaret parigini, passando per le collaborazioni con Chanel, Yves Saint Laurent e Roger Vivier, il racconto si sviluppa seguendo un doppio asse, tematico e temporale.
Carillon, luci soffuse, superfici specchiate, giardini segreti e caldi divanetti, tutto è studiato in modo tale da coinvolgere il visitatore in un'esperienza sensoriale unica. L'atmosfera incanta, lo sguardo corre veloce per la sala e bisogna fermarsi un secondo per non essere sopraffatti dagli stimoli che l'esposizione rimanda.
Perché le scarpe, esposte come delle opere d'arte, vanno viste con calma, studiate, respirate. Solo in questo modo si può cogliere come l'oggetto sia in realtà parte di una narrazione più ampia, e come ogni dettaglio, ogni cucitura, ogni linea sia stata meditata e voluta. Sono rimasta letteralmente catturata, tra oltre le 200 calzature esposte, dal modello Lady Page della collezione a/i 2009/2010, in satin e dettagli in velluto. Il modello, che riprende un paio indossato Betty Page, racchiude con le sue forme sinuose l'idea tutta che Louboutin ha della femminilità burrosa della pin up. Infatti il designer, a proposito di questo pezzo afferma: "non c'è una linea, che sia una, che non sia curva, che richiami la bellezza di tutto ciò che è morbido, sinuoso. Non mi importa molto degli angoli nelle scarpe, preferisco le curve, sono un anti-geometric designer".
E questo si vede sia attraverso il suo lavoro, sia dalla scelta dell'ospite d'eccezione dell'esposizione: Dita Von Teese. La star del burlesque fa capolino da un palcoscenico che non si nota a prima vista e si esibisce in uno dei suoi magnetici spettacoli con ai piedi un paio di Louboutin scintillanti create apposta per lei. E quando dico "si esibisce" intendo per davvero, o quasi. L'illusione è quella, ricreata in maniera perfetta grazie ad un ologramma 3D, una tecnologia interattiva che offre una resa assolutamente realistica.
L'esposizione continua in una saletta che ripercorre attraverso delle fotografie la storia, i luoghi e le atmosfere di Louboutin, e sfocia in una proiezione video in cui lo stilista stesso si esibisce in un numero di tip tap con due splendide ballerine, per poi passare all'angolo a lui forse più intimo e caro, quello del suo laboratorio. In questa sezione viene ricostruito quello che dà vita alla scarpa vera e propria, il lavoro di progettazione, ricerca e lavorazione dei modelli che si svolge nel suo studio; si ha l'occasione di vedere i bozzetti, i prototipi e di capire le diverse fasi di lavorazione, connotate da un duro lavoro di ricerca del dettaglio e capacità artigianale.
Il percorso si chiude con una sezione dedicata alla scarpa vista come oggetto fetish, che ripropone i modelli che Louboutin ha creato per una mostra del 2007 realizzata in collaborazione con il regista-artista David Lynch, che vede protagonisti pezzi assolutamente unici corredati da fotografie ad alto impatto visuale ed evocativo.
Con Louboutin, insomma, la scarpa trascende in un vero e proprio oggetto di culto, esposta come opera d'arte, icona di femminilità, pagina di un racconto, fotografia di stile. Bilancio della mostra? Assolutamente positivo. Ovviamente, all'interno dell'esposizione non era consentito scattare fotografie, ma non ho potuto fare a meno di portare a casa gli scatti furtivi che vedete in questa pagina. Se volete vedere con i vostri occhi le meraviglie di Louboutin e perché no, approfittarne per un weekend fuori porta, vi avviso che avete tempo fino al 9 luglio.
Info: http://designmuseum.org/exhibitions/2012/christian-louboutin






Tutto torna, prima o poi.
E si sa che le mode non passano mai. Ma proprio mai mai.
Chi l'avrebbe mai detto che quest'anno sarebbe stato concesso rispolverare
dall'armadio le giacche spallute delle nostre madri senza sembrare la rockstar
animata Jem? Che il power suit sarebbe tornato in auge, ripristinando le forme
squadrate delle rampanti in carriera degli anni ottanta, amanti del
giovanissimo gigolò Gere?
Si può, si può.
E si può andare anche molto più indietro nel tempo, grazie a capi e accessori
vintage che si possono trovare qui come in Italia, nei negozi o nelle fiere.
In Inghilterra un'esposizione da non perdere è il Vintage Fair, un'iniziativa
itinerante che permette ai rivenditori e agli appassionati di vintage di
incontrarsi in un'atmosfera a dir poco unica. E la tappa di sabato scorso ha
toccato proprio Londra, nel cuore del quartiere di Shoreditch.
Migliaia di capi, dagli anni venti agli ottanta, accessori di tutti i tipi e tante
cosine sfiziose. Come ad esempio il Vintage Tea Party dove i protagonisti sono
tazzine floreali e cupcake della nonna, il Vintage Hair Salon, in cui ragazze
dalle mani abilissime riescono a creare ondulature anni venti e acconciature
anni cinquanta in pochissimo tempo, e con un effetto finale stupefacente.
Il divertimento è assicurato, perché l'ampia libertà di scelta e le diverse
tipologie di prodotti a disposizione rendono ardua e avvincente la caccia
all'abito o all'accessorio giusto.
Occhio però, perché tra "vecchio" e "vintage" c'è una bella differenza.
Il capo vintage sopravvive nel tempo e di esso si nutre, resta baluardo di
epoche passate e dei conseguenti stili e forme, irripetibile e irriproducibile. Per
essere veramente vintage un capo deve avere almeno 20 anni, essere di
buona qualità e fattura (anche perché materiali scadenti con il tempo si
deteriorano) e in buone condizioni. E più il pezzo è unico, ben fatto e ben
conservato, e più il prezzo sale.
Ciò non toglie che ci si possa sbizzarrire con il vintage "basso", da mercatino
per intenderci. Che magari non sarà così prezioso, ma che permette comunque
di divertirsi. Perché un bel foulard in seta o degli scarpini con tacco a
rocchetto, o una bella pochette di vimini intrecciata possono fare la differenza.




Termina oggi l' interessante mostra che indaga il ruolo della fotografia in Italia tra il XIX- XX e la sua relazione con le altre arti. La mostra si articola in sette sezioni in cui le opere fotografiche sono esposte in un virtuoso dialogo con tele, studi su china, incisioni, sculture...A partire dagli albori della fotografia, in cui le immagini sono un momento propedeutico alla pittura, per continuare ai primi sviluppi di autonomia di questo "nuovo " linguaggio artistico, continuando attraverso la sperimentazione, fino alle opere dei maggiori fotografi contemporanei. Sottolineando il passaggio tra crisi del figurativo e svolta futurista che aprirà la strada all' arte moderna.
Tra i dipinti accostati alle immagini, il pubblico si troverà davanti l' emozionante studio su carboncino di Giuseppe Pellizza da Volpedo su La piazza di Volpedo in giorno di fiera -1890, così come i particolari dello Studio di folla, con contadini in un giorno di mercato 1889 – 1899 che anticipano la tela simbolo dei lavoratori e del diritto allo sciopero, Il Quarto Stato. Sulle parete si alternano i primi ritratti fotografici alle tele di Boccioni che richiamano gli studi sul fotodinamismo di Anton Giulio Bragaglia, i lavori di Primo Sinopico, Cagnaccio di San Pietro, Gustavo Bonaventura, o le sculture di Medardo Rosso- tra le novità esposte nel nuovo allestimento della GNAM- come la serie Ecce Puer 1906.
Tra le opere dei fotografi contemporanei può apparire eccessiva e sfacciata la presenza di Luigi Ontani. Si ha l' opportunità d' incontrare i tenui toni di alcune stampe originali di Luigi Ghirri, come la coppia di spalle ritratta mentre passeggia sul verde prato tenendosi per mano, in una giornata di cielo terso in "Alpe di Siusi (Ortisei) 1979 ". Nella sala dedicata principalmente alle stampe in bianco e nero, e ai disegni a carboncino, scende dal soffitto, una discreta e affascinante opera di Bruno Munari, una delicata ellisse di nylon, che gira e vortica lentamente creando delle ipnotiche e mai uguali ombre che si riflettono sulla parete.
Retrospettiva per presentare in Europa la vasta e provocante opera di Ai Wei. Il protagonista della scena dell'arte Indipendente Cinese che non può essere imprigionato in una definizione. Architetto, artista concettuale, scultore, fotografo, blogger, "twitterer", attivista politico....Sensibile osservatore delle dinamiche sociali e networker. Abile comunicatore, autore di lunghi progetti in cui il proprio vissuto personale è al centro della sua espressività artistica. Attivista e dissidente moderno, artista, non chiuso in musei e gallerie, schierato nel denunciare la violazione dei diritti civili in Cina. Ai Wei è una figura in grado di provocare con pochi essenziali gesti. Semplicità e incisività sono la cifra stilistica del suo stile ribelle.
Nella serie Study of Perspective, ritrae luoghi simbolo del potere in giro per il mondo- dalla Torre Eiffel al mausoleo di Mao- con il proprio dito medio alzato che fa da punctum della foto.
L' impegno di Ai Wei diventa più impellente e diretto nelle sue forme di contestazione, dopo il catastrofico terremoto del 2008 nella provincia di Sichuan- al centro della Cina-. Si reca nella zona e ne documenta la devastazione e constata dalle macerie, che le scuole crollate sono state costruite senza rispettare le norme anti-sismiche. Nessun edificio governativo subisce danni. Nel tentativo di ottenere una lista degli scolari scomparsi, subisce un pestaggio della polizia. Nel primo anniversario del terremoto,dopo una lunga inchiesta riesce a pubblicare sul blog 5,385 tra i nomi dei bambini scomparsi. Da allora il governo cinese lo tiene sotto stretta sorveglianza.
Noto per le spettacolari installazioni, come l'aver coinvolto 1001 visitatori cinesi per realizzare l' opera " Fairytale" a Kassel nel 2007 o " Remembering", con cui espone 9.000 zainetti appartenuti ai piccoli alunni scomparsi proprio nel terremoto del 2008.
Il titolo " Interlacing " è un modo per focalizzare la diversità tipica del suo fare arte e sottolineare la capacità di quest'artista di creare " links", intrecci, collegamenti e legami nel suo diffondere attraverso la rete, fotografie e messaggi.
Un esempio? Ai Wei scatta con il suo cellulare e pubblica nel suo blog, le immagini del suo studio mentre viene devastato dalla polizia cinese. Il blog viene censurato quando le foto ormai viaggiano in rete.
L' esposizione presenta un'ampia selezione d'immagini inedite, oltre la collezione completa dei lavori fotografici e video.
Inquadrature semplici e tono asciutto raccontano con spirito critico la realtà come la serie Beijing Photographs ( 1993-2002). Qui con stile fotografico-documentario, illustra quotidianamente la distruzione dei quartieri tradizionali di Pechino e di altre grandi città della Cina.
Non ci sono confini nell' uso di linguaggi espressivi nei suoi lavori.
Una fotografia, non è solo immagine, ma è performance e protesta, come il ritratto della moglie a piazza Tienanmen, nel giorno dell'anniversario della repressione della primavera di Pechino. Con provocante candore, Lu Quing guarda l'obiettivo, alza la gonna e rimane di slip, in barba all' immagine di Mao alle sue spalle e al pericolo d'essere notata dalle guardie in divisa a pochi metri da lei.
Biografia d'artista-
Ai Wei (1957) è figlio del poeta Ai Quing. Dopo gli studi alla Beijing Film Accademy, nel 1978 aderisce al collettivo The Stars, che respinge il realismo sociale, in favore dell' individualismo e della sperimentazione artistica nell'arte. Dal 1983-1993 vive a New York, frequenta la Parsons School for Design. Tra i suoi amici Allen Ginsberg, Kasper Johns, Andy Warhol. Del periodo americano dice " andavo in giro senza meta con gli amici", da questo girovagare nasce " New York Photographs 1983-93 ". All' inizio ritrae principalmente se stesso, scene della sua vita all' East Village, dove vive, degli artisti cinesi che gli fanno visita nel suo piccolo appartamento e dei suoi amici. Ma non solo. Scatta più di 10.000 foto, in cui mostra anche i lati oscuri e decadenti della realtà urbana, la vita degli homeless accanto alle manifestazioni per i diritti civili per le strade insieme alle scene di repressione della polizia. Molte le corrispondenze tra queste immagini realizzate con camera analogia e le foto digitali che dal 2005 Ai Wei scatta con il suo cellulare e che oggi pubblica sul suo account Twitter.
Ad Ai Wei è proibito di lasciare la Cina, da quando lo scorso aprile è stato arrestato con oscure motivazioni, e grazie ad una mobilitazione mondiale di artisti e intellettuali, dopo tre mesi di silenzio da parte del governo cinese è stato rilasciato -dietro pagamento di un'elevatissima cauzione- lo scorso giugno.
Fino al 29 Aprile 2012- Ai Weiwei – Interlacing ,a cura di Urs Stahel, in collaborazione con il Fotomuseum Winterthur, presso il museo Jeu de Paume di Parigi
Info. http://www.jeudepaume.org/
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Ecco la seconda puntata della serie virale My best friend: Baggy.
Protagonista una Céline Luggage, che soffre la solitudine ed è pronta a tutto pur di non separarsi dalla sua proprietaria...anche a trasformarsi in Elvis...
Il video è stato prodotto da zoemagazine per la boutique Stefaniamode .
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E' in rete la prima puntata della serie virale My best friend: Baggy.
Protagonista una Celiné luggage, che soffre la solitudine e non riesce a separarsi dalla sua proprietaria.
Il video è stato prodotto da zoemagazine per la boutique Stefaniamode è già sta spopolando sul web.
Model:Jennifer Casa
http://www.stefaniamode.it/
La formazione originaria del Tokyo String Quartet si è costituita nel 1969 alla Juillard School of Music di New York, riunendo un gruppo di musicisti allievi del maestro Hideo Saito presso la Toho School of Music di Tokyo. Ospite delle più importanti sale da concerto del mondo, il gruppo ha realizzato oltre 40 incisioni discografiche (che includono le integrali dei Quartetti di Bartók, Beethoven e Schubert) e sono state pubblicate dalle etichette CBS-Masterworks, Deutsche Grammophon, EMI Classics, Harmonia Mundi, RCA-Red Seal e Vox Cum Laude. Nel corso della sua carriera, il Tokyo String Quartet ha ottenuto i massimi riconoscimenti della critica discografica internazionale (Best Chamber Music Recording of the Year, Diapason d'Or, Grand Prix du Disc) e ben sette nomination al Grammy Award. In occasione del 10° anniversario della sua fondazione, il più importante compositore giapponese del XX secolo, Toru Takenitsu, ha dedicato all'ensemble un'opera dal titolo A way a lone (1980) e ispirata a The Finnegan's Wake di James Joyce. Nei suoi concerti, il Tokyo String Quartet suona su quattro preziosi strumenti di Nicola Stradivari, appartenuti a Niccolò Paganini e gentilemente concessi dalla Nippon Music Fondation....
“Rhine II “ è il titolo della foto più costosa al mondo. L’ 8 Novembre 2011 quest’ opera del fotografo tedesco Andreas Gursky è stata battuta all’ asta da Christie’s per la cifra di 4.338.500 dollari. L’ immagine è una veduta nebulosa del Reno, stampata in un formato di tre metri e mezzo, realizzata dall’ autore nel 1999.
Andreas Gursky ( Lipsia1955) come altri celebri fotografi tedesci, Jörg Sasse, Thomas Struth, Candida Höfer e Thomas Ruff etc…è un allievo di Bernd e Hilla Becher presso la Kunstakademie di Düsseldorf. Il suo percorso artistico nasce nel segno dell’ 'Arte Concettuale e minimalista. Gursky applica i principi stilistici della pittura nella realizzazione delle sue opere di grande formato e l’ elaborazione digitale delle sue immagini è parte integrante del suo progetto artistico.
Prima che esistesse photoshop, Gursky aveva iniziato ad intervenire sulle foto, sentendo la necessità di cancellare "concettualmente" certi particolari presenti al momento dello scatto. Un esempio? Eliminare un pallone di calcio dal campo durante la partita. Gursky focalizza la sua ricerca estetica sul tema della globalizzazione, “ i non luoghi” contemporanei diventano i protagonisti delle sue opere: enormi impianti industriali, aereoporti, edifici residenziali, alberghi, edifici per uffici e magazzini, insieme alle mete turistiche preferite dalle masseetc...
Racconta nel suo lavoro metropoli come Hong Kong, Il Cairo, New York, Brasilia, Tokyo, Stoccolma, Chicago, Atene, Singapore, Parigi e Los Angeles…In una strana dicotomia ritrae i fenomeni globali e quotidiani con minimalismo riflessivo. Svela il caos e i paradossi di scorci del paesaggio urbano, -fabbriche, catene di montaggio, masse umane che si riversano sulle spiagge come le merci ammonticchiate sugli scaffali dei grandi supermercati- creando foto che sono un eco sordo della solitudine degli ultimi decenni. Fotografie grandi e audaci che sembrano romanzi, create per descrivere - e anche manipolare- con minuzia da incisore l’ aspetto artificioso della realtà. Lo spettatore di fronte alle opere di grande formato di Gursky, avrà la sensazione di “entrare” a far parte di un paesaggio, di cui nonostante la vasta moltitudine degli elementi presenti, potrà conoscere e apprezzarne tutti i dettagli. Il paesaggio desolato di “Rhine II, in cui domina un cielo grigio sul verde della laguna paludosa e rarefatta per via della nebbia è nelle parole di Gursky “un’ immagine allegorica sul significato della vita...”. In un sussurro vorrei aggiungere che " Rhine II" ricorda certi paesaggi cari a Ghirri.
E’ possibile visitare la mostra “ Andreas Gursky” in corso fino al 17 Dicembre 2011 presso la Gagosian Gallery di New York, 522 West 21st Street.
Info http://www.gagosian.com/exhibitions/2011-11-04_andreas-gursky