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La Berlinische gallery di Berlino ospita l'opera completa del virtuoso, ironico e dissacrante fotografo ucraino Boris Mikhailov. TIME IS OUT OF JOINT è la prima grande retrospettiva dedicata all' artista, considerato un maestro nel mondo dell'arte contemporanea per lo stile con cui realizza innovative opere concettuali con approccio documentario. Un percorso espositivo che presenta tutte le serie del fotografo che ha condotto, sin dai primi anni '60, la sua ricerca attraverso la sperimentazione di diverse tecniche fotografiche e mezzi stilistici. La mostra declina tutto il trasgressivo e vasto lavoro di Boris Mikhailov. Si alternano le foto in bianco e nero, ai colori fluo, alle sfumature argentine o seppia dell' autore ucraino, spesso protagonista insieme alla moglie Vita delle sue opere.

Boris Mikhailov ( Cracovia 1938) nei primi anni '60 è un 'ingegnere con la passione per la fotografia che dedica il suo tempo libero ad esercitarsi come autodidatta con la macchina fotografica, che ama sperimentare anche in camera oscura usando diverse tecniche e materiali. Crea per sè i suoi primi lavori come "Superimpositions" (1968-1975), in cui sovrappone due diapositive e gioca con associazioni casuali e le trasparenze di queste. Metafora ludica con cui indaga il sentimento di latente ambivalenza diffuso tra i cittadini dell'ex Unione Sovietica. Mikhailov crea senza volerlo un nuovo linguaggio visivo.

Quando il KGB sequestra dei ritratti di nudo che ha realizzato alla moglie Vita -musa, compagna e complice nella sua ricerca- perde il lavoro d'ingegnere e da quel momento si dedica esclusivamente alla fotografia.La sua carriera si svilupperà dopo il crollo dell'Unione Sovietica quando potrà finalmente lavorare ed esporre all'estero. Mikhailov  capace di usare per primo il medium fotografico in termini concettuali,rimane un artista aperto a inediti approcci, versatile ed elastico.  

Sempre dei primi anni è la serie Black Archive ('68 –'78) composta da foto in cui contrappone scatti di vita privata e pubblica. Da un lato mostra gli interni delle abitazioni come luogo di divertimento e libertà in contrasto con immagini di spazi pubblici in cui domina un' atmosfera grigia e depressa. Le case sono luoghi in cui si pratica la nudità come forma di libertà personale in contrasto con la coercizione e le regole imposte dal regime. 

 

Seguono "Sots Art" (1975-1986) e "Luriki" (1971-1985) fotografie sospese tra l'arte concettuale e documentaristica. Qui Mikhailov interviene con il colore. E' lui stesso a colorare a mano le immagini, non per trasformarle esteticamente ma per manipolare e re-interpretarle, invitando a superare un' estetica visiva standardizzata e portando lo spettatore a vedere la realtà con una luce nuova. 

Così in " Red Series" (1968-1975) l'elemento protagonista è il rosso -ed il simbolismo di questo colore nella cultura ufficiale del regime sovietico- cercato in scene di vita quotidiana di singoli, gruppi, parate militari e paesaggi urbani. Una ricerca per dissacrare con tagliente ironia il significato e la disfatta della rivoluzione evidenziando la presenza del suo colore simbolo in oggetti d'uso quotidiano.

Una sopresa di questa mostra, sono le stampe di "Crimean Snobbery" (1982) e "Salt Lake" (1986). Due realtà diverse, esposte in differenti formati, ma con lo stesso tono seppia dai toni nostalgici. 
Da un lato le piccole scene di rilassata serenità balneare, simili a cartoline di gioia e svago estivo di Crimean Snobbery, dall' altro il caos compositivo di Salt Lake, simbolo del decadimento della vita sovietica.

Viscidity ( 1982) è quasi un lavoro a parte, stampe di piccolo formato con appunti, note, poesie scritte a mano, nate dall'esigenza di Mikhailov di sfuggire alla stretta sorveglianza del regime in quel periodo, e di accostare parole alle immagini. 

Fino alla più recente Case History (1997-1999), foto esposte a grandezza naturale che ritraggono la sofferenza di senza tetto, anziani e bambini che vivono alla periferia di Cracovia. Figli di quella classe media scomparsa con il crollo dell' uinone sovietica. Mikhailov , senza edulcorare la realtà, ci mostra le ferite dell'emarginazione su corpi martoriati dalla fame e dal degrado,in sorrisi sdendati...Ritratti crudi che non lasciano spazio a nessuna immaginazione.

Concludono l' esposizione il tagliente lavoro "If I were a German" , esplicita denuncia politica, realizzata come staged-photography, che ha per protagonisti Mikhailov,la moglie e qualche amico, ritratti in travestimenti che vogliono smascherare l'ambiguità dei soldati ucraini durante l'occupazione tedesca.

"In the Street" è un lavoro in progress condotto per le strade di Berlino -dove Mikhailov vive dal 2000-in cui concentra l'osservazionie su i turisti e le coppie di anziani che incontra andando in giro per le strade della capitale tedesca.

Time Is Out of Joint. Fotografien 1966–2011, fino al 28 Maggio 2012, presso la Berlinische Galerie, Alte Jakobstraße 124-128

http://www.berlinischegalerie.de/en/home.html

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Inaugura il 30 Marzo 2012 al Museo di Roma in Trastevere l'esposizione "Leonard Freed. Io amo l'Italia". Una selezione di 100 fotografie, tra stampe vintage e moderne, realizzate nei numerosi soggiorni italianidel fotografo americano Leonard Freed -membro della Magnum-.  Un racconto per immagini che testimonia una amorevole e lunga relazione tra Freed e il nostro paese. Passione che inizia a coltivare in America, quando si trasferisce a vivere Little Italy e resta folgorato dall' indole esuberante e spontanea degli italiani che incontra nel quartiere. Un interesse che nell'arco della vita gli fa compiere 47 viaggi in Italia, tra Roma, Firenze, Napoli, Milano, Palermo, etc...

Freed è un' artista travestito da fotoreporter, esploratore sincero del mondo delle situazioni e soprattutto delle persone che incontra. Osserva la realtà come un antropologo con la macchina fotografica al collo che punta il suo obiettivo sul panorama umano, attratto dalla spontaneità generosa del carattere degli italiani nel donarsi alla camera. Coglie con empatia i sentimenti dei soggetti ritratti in un " racconto visivo intimo" che mostra le situazioni più disparate del vivere quotidiano e le manifestazioni dell' interiorità. Scrive nei suoi appunti"...la fotografia è scoprire chi sei, è cercare la verità in relazione a se stessi, e cercare la verità diventa un'abitudine."

Fanno da sfondo e scandiscono l' armonia compositiva delle immagini, l'architettura, le linee barocche di certe balconate, i san pietrini di una strada , le geometrie lucenti dell' asfalto bagnato e le linee curve delle rotaie del tram...Ma il punctum di questo racconto in bianco e nero, sono i gesti, i moti dell'anima, le linee dei volti della gente... Con stile agile e felpato il suo sguardo ritrae il gioco divertito di alcuni seminaristi in tonaca nera che si tirano palle di neve a piazza San Pietro; la pausa metidabonda di un'anziano seduto sui gradini di una chiesa. Foto corali e singoli ritratti sono tutti rigorosamente in bianco e nero, perché dice: " un mazzo di fiori preferisco fotografarlo a colori, ma per le storie è meglio il bianco e nero». Un' esposizione in cui le immagini si alternano con una sequenza intensa e piena di grazia. E' un piacere osservare l'atmosfera sbarazzina dei giochi tra bambini o il passo veloce di un pescatore del sud che trasporta un pingue pescespada mentre spinge energico un antico carretto. Così come è necessario rallentare e soffermarsi in una pausa di riflessione davanti la solitudine di un uomo ritratto di spalle con due valigie in mano

forse un commesso viaggiatore- fermo sul ciglio della strada ad osservare il via vai della gente, o quando incontra la liquida espressione di Berlinguer che Freed accosta allo smarrimento degli occhi di un bambino vicino al palco durante un comizio del Pci...

 

Biografia- Leonard Freed (1929 Brooklyn ) nasce in una famiglia ebrea di origine russa, di classe operaia. Studia per diventare un pittore- contro le opinioni scoraggianti della famiglia, che sostenengono che non abbia talento-. Nel 1952 viaggia con un amico, per la prima volta in Europa (Inghilterra, Scozia, Spagna, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi), scopre la passione per la fotografia e capisce che vendendo i servizi può anche mantenersi, decide di diventare fotoreporter professionista. Al ritorno a New York frequenta la New School, e segue i corsi di Alexey Brodovitch, art director di Harper's Bazar. Inizia a lavorare come fotogiornalista per numerose testate internazionali come Der Spiegel, Libération, Life, Paris-Match, The Sunday Times etc...

Nel 1954, si trasferisce a Little Italy. Incantato dalla vitale spontaneità della comunità di immigrati italiani ne inizia a documentare il vivere quotidiano.

Con il suo obiettivo segue un altro progetto a lungo termine dedicato alle proprie radici ebraiche. Parte da New York vita per raccontare i costumi degli ebrei hassidici cin Olanda, Germania, Israele... La Danse des Fideles è il libro che raccoglie questo lavoro.

Nel 1958 si trasferisce in Olanda, sposa Brigitte Klück che diventa compagna di vita- e fondamentale collaboratrice nello sviluppo delle sue pellicole.

Nel 1963 ritorna negli Stati Uniti e si dedica al tema della discriminazione razziale. Fanno parte di questo lavoro su i diritti civili, dalla marcia su Washington, alla comunità degli afroamericani di Brooklyn, i ritratti-icona di Martin Luther King, pubblicati nel libro Black In White America (1965).

Nel 1972 Freed diventa membro della Magnum.

Dal 1972 al 1979 segue i turni della polizia newyorkese e pubblica nel 1980 il libro Police Work. Leonard Freed, scompare nel 2006. Le sue opere sono acquisite nelle collezioni museali di tutto il mondo.

 

La curiosità- Freed lavora con un' attrezzatura leggera, una Leica - che compra d'occasione, a cui rimane fedele per tutta la vita- che gli garantisce libertà di movimento nel cogliere la giusta inquadratura e una rapidità d'azione nel seguire il suo istinto fotografico. Regola l'esposizione a occhio, senza usare esposimetro, usa obiettivi di 35 e 50 mm e pellicola Tri-X di Kodak.

 

Info. Leonard Freed. Io amo l'Italia fino al 27 maggio 2012, Museo di Roma in Trastevere, Piazza S. Egidio 1B,

 www.museodiromaintrastevere.it



 

Roma-1958© L.Freed

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Napoli-1956-© L.Freed

 

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Roma1958.© L.Freed

 

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Napoli-1958-© L.Freed

 

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© L.Freed-steps

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© L.Freed-Leipzig-running-to-school-1965

 

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Roma1958© L.Freed

 

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Napoli-1956

 

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leonard-freed

 

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Una retrospettiva che rende omaggio al "pioniere della fotografia a colori" . L' esposizione presenta 400 opere in una combinazione in cui dipinti e stampe fotografiche inedite si alternano per celebrare l' opera del fotografo e pittore Saul Leiter (88anni). Immagini in bianco e nero e a colori si affiancano alle foto di moda, alle tele di nudo, a disegni e bozzetti.Stile- Saul Leiter con il suo obiettivo coglie scorci di vita urbana e li mostra come fossero frammenti di racconti privati. Non vediamo mai chiaramente i volti di persone che avanzano più o meno frettolosamente per le strade, colte sempre nella loro singolarità, alle volte sotto un ombrello- tema ricorrente- dai toni accesi mentre scroscia una pioggia battente. Postini che consegnano la posta, donne immerse nella lettura sedute al tavolino di un caffè, passeggeri sprofondati sul sedile di un taxi...il tempo si dilata nelle immagini di Leiter e le persone s' intuiscono in foto dalle atmosfere rarefatte e filtrate dai riflessi di una vetrina, da vetri ricoperti di condensa, velate dai fiocchi di neve. Nella street photography di Leiter, il paesaggio è fluido, sospeso tra un linguaggio astratto e figurativo, è pittura che si trasfroma in fotografia. Tempo spazio e persone appaiono parziali, velati o moltiplicati da specchi frammentati. Di rado vediamo figure intere, il più delle volte sono troncate da un profondo gioco di ombre e chiaroscuri. La mancanza di dettagli chiari, la sfocatura di movimento e la riduzione della profondità di campo, creano uno spazio urbano semi-astratto. Dominano su contorni sfumati, contrasti di colori dalle tinte intense. Il giallo di un taxi, il rosso delle scritte dei cartelloni pubblicitari, il viola di un ombrello...sono i vivaci protagonisti di queste foto, che bilanciano e stemperano i silenzi delle persone, ritratte quasi sempre in pose assorte o sfuggenti. Leiter trasforma attimi di ordinaria quotidianeità, in racconti intimi, carichi di un'armonia elegante, spontanea e allegra. Il soggetto della sua ricerca è l'esperienza visiva urbana non la gente per strada. Le sue opere si presentano al pubblico come pause di riflessione. Una riflessione positiva, mai melanconica. Leiter è definito dalla critica come un poeta "della visuale urbana", l' architettura urbana, finestrini di macchine e pullman, semafori e vetrine, non sono oggetti inanimati, ma elementi che il suo obiettivo dota di un lato emotivo. Le inquadrature e le sfumature di colore che il suo sguardo cattura, riflettono l' influenza della pittura astratta ed espressionistica cui aderisce al suo arrivo a New York, anche la composizione verticale -che privilegia nei suoi scatti-, deriva dal suo iniziale approccio pittorico. E' il suo istinto di pittore che lo porta a dare enfasi sulla superficie, l'ambiguità spaziale e una lussureggiante e calibrata tavolozza. In mostra anche le opere più recenti che continua a prendere per le strade del suo quartiere nell'East Village di New York. 
Leiter declina nelle sue opere la sofistica bellezza del vivere quotidiano, tra pulsanti momenti di silenzio carichi di una vibrante gioia di vivere.

Biografia- Saul Leiter (1923, Pittsburgh) figlio e nipote di rabbini emigrati negli Stati Uniti dall'Est europeo, è destinato al rabbinato. E' un giovane pittore autodidatta di 23 anni, quando nel 1946 compie una fuga notturna e si trasferisce a New York per seguire la sua passione per la pittura. Nella grande mela frequenta e si confronta con Rothko e gli espressionisti astratti, e scopre il lavoro Henri Cartier-Bresson visitando una mostra al MoMa. Da quel momento decide di ampliare il suo percorso artistico attraverso la macchina fotografica. Oggetto delle sue prime opere in bianco e nero, sono le strade del quartiere in cui vive. Inizia sin da subito ad utilizzare il colore, usato fino a quel momento per la pubblicità commerciale e nella moda, da qui la definizione di pioniere. Durante la sua carriera di fotografo collabora con Life, Harper's Bazaar, Esquire. Presto i più importanti musei come l' Art Institute di Chicago e il MoMa gli dedicano delle personali. Nel 1981 decide di ritirarsi a vita privata.



SAUL LEITER
RETROSPECTIVE

fino al 15 Aprile 2012 presso THE HOUSE OF PHOTOGRAPHY di Amburgo

www.deichtorhallen.de/index.php?id=222&;L=1

 

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Termina oggi l' interessante mostra che indaga il ruolo della fotografia in Italia tra il XIX- XX e la sua relazione con le altre arti. La mostra si articola in sette sezioni in cui le opere fotografiche sono esposte in un virtuoso dialogo con tele, studi su china, incisioni, sculture...A partire dagli albori della fotografia, in cui le immagini sono un momento propedeutico alla pittura, per continuare ai primi sviluppi di autonomia di questo "nuovo " linguaggio artistico, continuando attraverso la sperimentazione, fino alle opere dei maggiori fotografi contemporanei. Sottolineando il passaggio tra crisi del figurativo e svolta futurista che aprirà la strada all' arte moderna.

Tra i dipinti accostati alle immagini, il pubblico si troverà davanti l' emozionante studio su carboncino di Giuseppe Pellizza da Volpedo su La piazza di Volpedo in giorno di fiera -1890, così come i particolari dello Studio di folla, con contadini in un giorno di mercato 1889 – 1899 che anticipano la tela simbolo dei lavoratori e del diritto allo sciopero, Il Quarto Stato. Sulle parete si alternano i primi ritratti fotografici alle tele di Boccioni che richiamano gli studi sul fotodinamismo di Anton Giulio Bragaglia, i lavori di Primo Sinopico, Cagnaccio di San Pietro, Gustavo Bonaventura, o le sculture di Medardo Rosso- tra le novità esposte nel nuovo allestimento della GNAM- come la serie Ecce Puer 1906.

Tra le opere dei fotografi contemporanei può apparire eccessiva e sfacciata la presenza di Luigi Ontani. Si ha l' opportunità d' incontrare i tenui toni di alcune stampe originali di Luigi Ghirri, come la coppia di spalle ritratta mentre passeggia sul verde prato tenendosi per mano, in una giornata di cielo terso in "Alpe di Siusi (Ortisei) 1979 ". Nella sala dedicata principalmente alle stampe in bianco e nero, e ai disegni a carboncino, scende dal soffitto, una discreta e affascinante opera di Bruno Munari, una delicata ellisse di nylon, che gira e vortica lentamente creando delle ipnotiche e mai uguali ombre che si riflettono sulla parete.

 

Info http://www.gnam.beniculturali.it/

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Retrospettiva per presentare in Europa la vasta e provocante opera di Ai Wei. Il protagonista della scena dell'arte Indipendente Cinese che non può essere imprigionato in una definizione. Architetto, artista concettuale, scultore, fotografo, blogger, "twitterer", attivista politico....Sensibile osservatore delle dinamiche sociali e networker. Abile comunicatore, autore di lunghi progetti in cui il proprio vissuto personale è al centro della sua espressività artistica. Attivista e dissidente moderno, artista, non chiuso in musei e gallerie, schierato nel denunciare la violazione dei diritti civili in Cina. Ai Wei è una figura in grado di provocare con pochi essenziali gesti. Semplicità e incisività sono la cifra stilistica del suo stile ribelle.

Nella serie Study of Perspective, ritrae luoghi simbolo del potere in giro per il mondo- dalla Torre Eiffel al mausoleo di Mao- con il proprio dito medio alzato che fa da punctum della foto.

L' impegno di Ai Wei diventa più impellente e diretto nelle sue forme di contestazione, dopo il catastrofico terremoto del 2008 nella provincia di Sichuan- al centro della Cina-. Si reca nella zona e ne documenta la devastazione e constata dalle macerie, che le scuole crollate sono state costruite senza rispettare le norme anti-sismiche. Nessun edificio governativo subisce danni. Nel tentativo di ottenere una lista degli scolari scomparsi, subisce un pestaggio della polizia. Nel primo anniversario del terremoto,dopo una lunga inchiesta riesce a pubblicare sul blog 5,385 tra i nomi dei bambini scomparsi. Da allora il governo cinese lo tiene sotto stretta sorveglianza.

Noto per le spettacolari installazioni, come l'aver coinvolto 1001 visitatori cinesi per realizzare l' opera " Fairytale" a Kassel nel 2007 o " Remembering", con cui espone 9.000 zainetti appartenuti ai piccoli alunni scomparsi proprio nel terremoto del 2008.

Il titolo " Interlacing " è un modo per focalizzare la diversità tipica del suo fare arte e sottolineare la capacità di quest'artista di creare " links", intrecci, collegamenti e legami nel suo diffondere attraverso la rete, fotografie e messaggi.

Un esempio? Ai Wei scatta con il suo cellulare e pubblica nel suo blog, le immagini del suo studio mentre viene devastato dalla polizia cinese. Il blog viene censurato quando le foto ormai viaggiano in rete.

L' esposizione presenta un'ampia selezione d'immagini inedite, oltre la collezione completa dei lavori fotografici e video.

Inquadrature semplici e tono asciutto raccontano con spirito critico la realtà come la serie Beijing Photographs ( 1993-2002). Qui con stile fotografico-documentario, illustra quotidianamente la distruzione dei quartieri tradizionali di Pechino e di altre grandi città della Cina.

Non ci sono confini nell' uso di linguaggi espressivi nei suoi lavori.

Una fotografia, non è solo immagine, ma è performance e protesta, come il ritratto della moglie a piazza Tienanmen, nel giorno dell'anniversario della repressione della primavera di Pechino. Con provocante candore, Lu Quing guarda l'obiettivo, alza la gonna e rimane di slip, in barba all' immagine di Mao alle sue spalle e al pericolo d'essere notata dalle guardie in divisa a pochi metri da lei.

Biografia d'artista-

Ai Wei (1957) è figlio del poeta Ai Quing. Dopo gli studi alla Beijing Film Accademy, nel 1978 aderisce al collettivo The Stars, che respinge il realismo sociale, in favore dell' individualismo e della sperimentazione artistica nell'arte. Dal 1983-1993 vive a New York, frequenta la Parsons School for Design. Tra i suoi amici Allen Ginsberg, Kasper Johns, Andy Warhol. Del periodo americano dice " andavo in giro senza meta con gli amici", da questo girovagare nasce " New York Photographs 1983-93 ". All' inizio ritrae principalmente se stesso, scene della sua vita all' East Village, dove vive, degli artisti cinesi che gli fanno visita nel suo piccolo appartamento e dei suoi amici. Ma non solo. Scatta più di 10.000 foto, in cui mostra anche i lati oscuri e decadenti della realtà urbana, la vita degli homeless accanto alle manifestazioni per i diritti civili per le strade insieme alle scene di repressione della polizia. Molte le corrispondenze tra queste immagini realizzate con camera analogia e le foto digitali che dal 2005 Ai Wei scatta con il suo cellulare e che oggi pubblica sul suo account Twitter.

Ad Ai Wei è proibito di lasciare la Cina, da quando lo scorso aprile è stato arrestato con oscure motivazioni, e grazie ad una mobilitazione mondiale di artisti e intellettuali, dopo tre mesi di silenzio da parte del governo cinese è stato rilasciato -dietro pagamento di un'elevatissima cauzione- lo scorso giugno.

http://www.aiweiwei.com/


Fino al 29 Aprile 2012- Ai Weiwei – Interlacing ,a cura di Urs Stahel, in collaborazione con il Fotomuseum Winterthur, presso il museo Jeu de Paume di Parigi

 

Info. http://www.jeudepaume.org/

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Robert Mapplethorpe è l’ incisiva e dettagliata retrospettiva che lo Spazio Forma di Milano dedica al grande fotografo americano. Una preziosa opportunità per immergersi nell’opera del versatile artista attraverso 178 immagini. Un’ esposizione in cui si alternano come le note di una melodia, le prime polaroid ai ritratti degli amici celebri e no, come Andy Warhol, le intense serie sulla vigoria del corpo maschile…alle sofisticate composizioni di still life…La visione estetica della mostra potrebbe essere accompagnata dalle note di Because the night in una versione sussurrata da Patti Smith, fidanzata amica e musa di Robert Mapplethorpe, eterea presenza in molti dei suoi primi ritratti…Anche una frizzante ed acustica People have the power potrebbe essere colonna sonora ideale per accompagnare i chiaro scuri scultorei delle immagini e trasmettere al pubblico l’ energia e l’ atmosfera della New York degli anni ’70-‘ 80 che fa da sfondo al lavoro di Mapplethorpe. Un autore che ricerca la perfezione formale nei suoi lavori, usando la luce come materia con cui scolpire i soggetti; calle, iris, corpi, lievi ritratti ai bambini, vengono infatti colti in bianchi e neri, intensi e profondi. Mapplethorpe crea uno stile inconfondibile in immagini che raggiungono un’ideale di bellezza in cui la sua passione rinascimentale si fonde nell’estetica moderna. L’ esposizione è divisa in sette sezioni tematiche. Accolgono il pubblico le rare Polaroid degli Anni '70 . Un esordio in cui già lo spirito sperimentale si abbina ad una ricerca formale. Mapplethorpe è fotografo ed artista tra i protagonisti della rivoluzione pop di Andy Warhol, negli anni della liberazione sessuale, dell’esplosione della performance e della body art. La sua biografia si fonde nelle sue opere mentre la mostra prosegue con la serie dei suoi autoritratti. Appare in tutta la sua disarmante ironica e seducente bellezza. Una sezione è riservata alle esplicite e particolareggiate pose sado-maso, che per il taglio ed il rigore compositivo non risultano mai oscene o volgari. Il modo con cui Mapplethorpe ritrae la plasticità dei corpi, maschili e femminili, per il taglio classico della composizione, il vigore della muscolatura e dei movimenti, delle torsioni, insieme ai particolari, rende le sue immagini simili agli studi michelangioleschi sulla figura umana. L’ uso dei bianchi è così luminoso, brillante e caldo da riuscire ad entrare a far parte dell’ inconscio di chi osserva le sue fotografie. I suoi nudi appaiono tri-dimensionali, si ha la sensazione d’essere davanti ad un corpo vivente. Eros e malinconia sono il filtro con cui coglie i suoi fiori, tulipani o sensuali e carnose calli in cui la luce risalta intimamente curve, corolle e insenature. Sorprendenti e lievi sono i ritratti dei bambini che appaiono in pose spensierate e serene.

A parte sono esposti i ritratti che hanno per protagonista Patti Smith. Fidanzata e prima modella di Mapplethorpe, negli anni in cui giovanissimi non avevano denato nemmeno per entrare al MoMa di New York, e sognavano “profeticamente” che un giorno sarebbero riusciti ad entrare dentro al museo con la loro arte. Con la poetessa del rock vivono insieme per sette anni al Chelsea Hotel,fino a quando Robert non ammetterà la propria omosessualità.
Mapplethorpe oltre al talento artistico è un maestro della fotografia contemporanea per il coraggio e la coerenza con cui ha espresso la propria personale e multisfaccettata passione per l’esistenza attraverso la sua macchina fotografica.


Fino al 9 Aprile 2012 presso la Fondazione FORMA per la Fotografia, Milano

www.formagalleria.com

http://www.mapplethorpe.org/

 

 

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Magnum- Contact Sheets è il titolo dell’ intrigante monografia curata da Kirsten Lubben. Un libro- ed un ‘omonima mostra in corso presso l’ International Center of Photography di New York –che racchiude una selezione di provini a contatto, di 69 dei fotografi della mitica agenzia, testimoni degli eventi che hanno segnato la storia contemporanea dal 1930 ad oggi.

Si consiglia di sfogliare i 139 provini muniti di lente d’ingrandimento, pronti a vivere un’ avventura filologica affascinante ed istruttiva nel mondo proibito dei fotogrammi scartati.

I provini sono come l’ inconscio dell’ archivio del fotografo.

La maggior parte dei fotografi li mostra con difficoltà perchè teme di svelare proprie imperfezioni e titubanze e rendersi così vulnerabile ammettendo pubblicamente le intime debolezze vissute nell’ attesa di "perseguire l'inaspettato".

Dal Che Guevara ritratto da René Burri, al dietro le quinte sulle strade di Praga durante la rivoluzione racconta da Koudelka, ai particolari del viso di Joan Crawford colta, mentre si trucca , da Eve Arnold… Una straordinaria opportunità di conoscere le fasi del processo creativo che portano ad inquadrare, mettere a fuoco, scattare e giungere all’ editing di maestri come Diane Arbus, Susan Meseilas , fino ai giovani membri della Magnum di oggi come Alec Soth e Alessandra Sanguinetti. Fogli carichi di un’immediata e sincera vitalità, poichè nel provino sono custodite le traccie di come lavora la mente del fotografo, di come risolve i problemi visivi nella ricerca della giusta composizione o angolazione, oltre al rapporto tra “caso” e sperimentazione.

Un rapporto quello tra provino e scatto selezionato, simile al paradosso tra realtà e sogno “ben sognato” di Borges che permette di svelarne la finzione. Si trasforma il ruolo dello spettatore attraverso la visione della sequenza, il pubblico smette d’essere un testimone passivo per ritrovarsi un complice partecipe del tempo storico dello scatto. Si possono apprezzare anche i segni sul fotogramma prescelto, cerchiato vistosamente con la matita grassa con più colori -di solito rosso e giallo- ad indicare un dialogo a più riprese tra il fotografo e il provino, tornato a segnarlo e riconfermalo.

E’ nota la ritrosia di Cartier-Bresson verso i propri fogli a contatto, usava dire che «non si intinge nelle padelle il naso degli invitati a cena». Una contraddizione, visto che per essere ammessi alla Magnum- prima dell’avvento del digitale- era richiesto ai giovani aspiranti di mostrare i provini, perché proprio da quella visione d’insieme emerge con chiarezza la capacità e la profondità di un fotografo. Oggi nell’ epoca della fotografia digitale i fogli di contatto appaiono oggetti obsoleti. Questo libro è un'elegia per un ‘ arte estinta.

Un volume importante nelle dimensioni e nel peso ( 4 kg) edito in Italia da Contrasto “Magnum: la scelta della foto. “

La mostra Magnum- Contact Sheets presso l’ International Center of Photography è una collettiva che espone i provini originali e vintage di 22 dei fotografi presenti nel libro, tra cui Eve Arnold, Rene Burri, Cornell e Robert Capa, Leonard Freed,Inge Morath, Martin Parr etc…

fino al 6 Maggio, 2012

www.icp.org

 

 

 

 

 


 

 

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La Galleria nazionale d’arte moderna di Roma festeggia i suoi cento anni con una nuova concezione espositiva. Nuovi percorsi fisici e concettuali declinati attraverso un uso sempre diverso del colore e della luce, per privilegiare la percezione visiva delle opere.

Un riallestimento che integra la valorizzazione delle collezioni del XIX secolo – con un recupero ad esempio delle sculture di Medardo Rosso e di Edgard Degas- con una maggiore attenzione verso l’arte contemporanea. Ne è una prova l’ opera site-specific “ Passi” di Alfredo Pirri che accoglie il pubblico all’ ingresso del museo. L’ intervento di Pirri trasforma la sala delle Colonne in uno spazio inedito che sorprende e crea stupore. Il visitatore si trova a camminare su un pavimento di specchi che amplifica le dimensioni e la luminosità dell’ ambiente. Muovendosi si incontrano come se si ergessero da uno specchio ghiacciato, alcune sculture ottocentesche, candide come la neve, assorte in un fitto dialogo con l’ ambiente. Il pavimento appare in alcuni punti incrinato. Nei giorni in cui Roma è ricoperta di candida e luccicante neve, l’ opera di Pirri crea un parallelismo tra la città che rallenta i suoi ritmi in attesa che la neve si sciolga, ed i visitatori del museo che rallentano il proprio passo per meglio apprezzare questa distesa specchiata che si sgretola di giorno in giorno.

L’ artista ha scelto di poggiare le statue- in marmo e in gesso- sul pavimento senza base, come sculture di neve, e trasmettere così l’ idea che linee e crepe fossero conseguenza del pondo delle sculture. Trascorrono i giorni e sul suolo -realizzato con materiale anti-infortunistico che consente d’ essere calpestato senza pericolo per il pubblico- aumentano e si estendono fratture e insenature per mezzo di un lento processo termico simile allo scioglimento del ghiaccio. Le sculture sono tutte figure femminili, scelte da Pirri dalla collezione dei magazzini della Gnam per raccontare i momenti topici di passaggio delle età della donna e il differente modo di rappresentarle nel corso dell'ottocento. Altro protagonista dell'installazione è il calco funebre del volto dello scultore Antonio Canova, esposto qui per la prima volta. Alfredo Pirri equipara il volto in gesso del celebre scultore ad una fotografia ante-litteram, “Canova fu l'artista a cui fu dedicata la Gnam alla sua nascita, lo scultore di cui all'epoca si discuteva se fosse l'ultimo degli antichi o il primo dei moderni –spiega Pirri- e il fatto che la sua morte venga ripresa con una tecnica scultorea che di fatto è a tutti gli effetti una fotografia è un gesto significativo. “ 

Non sono presenti stampe fotografiche ma l ‘ installazione di Pirri pone al centro della ricerca "l’ immagine" e il modo in cui si modifica e deforma, l’artista sottolinea in questo lavoro l’ effimera caducità dell’ apparenza in contrasto con gli elementi della realtà.

Peccato sia stato trascuranto l'aspetto acustico dell'opera. Non è più possibile ascoltare l' installazione sonora creata da Paolo Modugno per accompagnare il lavoro di Pirri, prevista solo per la sera dell’ inaugurazione. Chi ha avuto l’ opportunità di ascoltarla ne descrive i suoni discreti che ben accompagnano riflessi ed immagini incrinate, suoni crepitanti di frantumazioni sottili ispirati dallo scioglimento dei ghiacciai artici

Info. GNAM -Viale delle Belle Arti, 131 - Roma

http://www.gnam.beniculturali.it/

 

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L' osservatore si sentirà avvolto da un incantesimo nell' osservare le opere di Ogawa Kazumasa. Il pioniere giapponese dell'albumina colorate a mano e delle collotipie a passaggi multipli di colore, crea immagini in cui il colore s' insinua in toni soavi, anche quando a spiccare sono le tinte accese dei rossi. Kazumasa è un autore che con raffinata abilità tecnica e delicata grazia e precisione realizza serie fotografiche etereogenee, in cui protagonisti sono fiori, paesaggi naturali o scene di vita sociale. Foto che escono dalla dimensione temporale, anche quando raccontano di un tempo passato.

Il percorso artistico di Kazumasa (1860-1929) inizia nel periodo in cui il Giappone si apre all'America e all'Europa, dopo un isolamento durato quasi trecento anni. Studia per due anni fotografia ed incisione in America, per poi aprire al suo ritorno uno studio fotografico a Tokyo. Il suo lavoro diviene ben presto noto all' estero e la creatività e l' eleganza del suo stile diventano una chiave d' accesso all' arte e alla cultura orientale ed un punto di riferimento per l' intero occidente. Kazumasa oltre ad essere un fotografo è un sofisticato incisore ed un illuminato stampatore ed editore. Un artista capace di fondere la ricerca artistica "d'avanguardia " con la tradizione grafica giapponese. Nel suo laboratorio produce stampe fotografiche su carta all'albumina colorate a mano che hanno una qualità visiva pari alle immagini ad alta risoluzione dei nostri giorni. Divulgatore di grazia, bellezza ed equilibrio formale, nel suo lavoro le sfumature del colore sono un elemento narrativo con cui declina situazioni pubbliche , l' essenza della natura, silenzi e stati d'animo.

Lontano dagli stereotipi Kazumasa è un instancabile narratore del Giappone dagli antichi mestieri, alle scene di vita nei campi, le cerimonie nei templi, samurai, lottatori di sumo etc..., tra valori da tramandare e rivoluzioni sociali e culturali da testimoniare. Mostra con la stessa meticolosa precisione i particolari del verde fogliame di alberi e cespugli lungo una strada di campagna su cui avanza una folla di contadini dopo una giornata di lavoro tra le risaie o l' interno della bottega di un artigiano. Grande attenzione riserva alle figure femminili -per la prima volta nella storia dell'arte giapponese- , ritrae donne immerse in scene di vita domestica o mentre compiono svariate attività nelle botteghe. Non c'è distinzione tra una contadina e una geisha assorte in momenti di composta eleganza per la grazia delle pose e dei gesti. Figure di una sublime e rassicurante bellezza agli occhi di chi le osserva.

La mostra di Ogawa Kazumasa è un viaggio attraverso le trasformazioni e le tradizioni della cultura giapponese. L' osservatore avrà la possibilità di abbandonarsi alle atmosfere surreali di un colore che declina ritmicamente bellezza naturale e stati d'animo, ed immergersi in immagini che sprigionano l' odorosa grazia dei fiori in primavera.

Dove fino al 10 Marzo 2012 presso la Galleria Lanterna Magica via Goethe 43, Palermo

Info. www.lanternamagica.eu

 

 

 

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Martedì 22 Novembre 2011 12:47

Andreas Gursky e la fotografia da record.

“Rhine II “ è il titolo della foto più costosa al mondo. L’ 8 Novembre 2011 quest’ opera del fotografo tedesco Andreas Gursky è stata battuta all’ asta da Christie’s   per la cifra di 4.338.500 dollari. L’ immagine è una veduta nebulosa del Reno, stampata in un formato di tre metri e mezzo, realizzata dall’ autore nel 1999. 

Andreas Gursky ( Lipsia1955) come altri celebri fotografi tedesci, Jörg Sasse, Thomas Struth, Candida Höfer e Thomas Ruff etc…è un allievo di Bernd e Hilla Becher presso la Kunstakademie di Düsseldorf. Il suo percorso artistico nasce nel segno dell’ 'Arte Concettuale e minimalista. Gursky applica i principi stilistici della pittura nella realizzazione delle sue opere di grande formato e l’ elaborazione digitale delle sue immagini è parte integrante del suo progetto artistico.

Prima che esistesse photoshop, Gursky aveva iniziato ad intervenire sulle foto, sentendo la necessità di cancellare "concettualmente" certi particolari presenti al momento dello scatto. Un esempio? Eliminare un pallone di calcio dal campo durante la partita.  Gursky focalizza la sua ricerca estetica sul tema della globalizzazione, “ i non luoghi” contemporanei diventano i protagonisti delle sue opere: enormi impianti industriali, aereoporti, edifici residenziali, alberghi, edifici per uffici e magazzini, insieme alle mete turistiche preferite dalle masseetc...

Racconta nel suo lavoro metropoli come Hong Kong, Il Cairo, New York, Brasilia, Tokyo, Stoccolma, Chicago, Atene, Singapore, Parigi e Los Angeles…In una strana dicotomia ritrae i fenomeni globali e quotidiani con minimalismo riflessivo. Svela il caos e i paradossi di scorci del paesaggio urbano, -fabbriche, catene di montaggio, masse umane che si riversano sulle spiagge come le merci ammonticchiate sugli scaffali dei grandi supermercati- creando foto che sono un eco sordo della solitudine degli ultimi decenni. Fotografie grandi e audaci che sembrano romanzi, create per descrivere - e anche manipolare- con minuzia da incisore l’ aspetto artificioso della realtà. Lo spettatore di fronte alle opere di grande formato di Gursky, avrà la sensazione di “entrare” a far parte di un paesaggio, di cui nonostante la vasta moltitudine degli elementi presenti, potrà conoscere e apprezzarne tutti i dettagli. Il paesaggio desolato di “Rhine II, in cui domina un cielo grigio sul verde della laguna paludosa e rarefatta per via della nebbia è nelle parole di Gursky “un’ immagine allegorica sul significato della vita...”.  In un sussurro vorrei aggiungere che " Rhine II" ricorda certi paesaggi cari a Ghirri.  

E’ possibile visitare la mostra “ Andreas Gursky” in corso fino al 17 Dicembre 2011 presso la Gagosian Gallery di New York522 West 21st Street.

Info http://www.gagosian.com/exhibitions/2011-11-04_andreas-gursky

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